Autodidatta, nel 1959 si trasferisce a Milano dove si avvia a una personale sperimentazione artistica. La sua ricerca nasce sostanzialmente da una visione critca e analitica della condizione politica e sociale della realtà in cui vive. Negli anni Sessanta, utilizza tutti i mezzi di comunicazione di massa, tv, cinema, manifesti pubblicitari, giornali, da cui estrapola le mmagini che poi taglia, elabora e trasforma; costituisce poi grandi pannelli ricchi di citazioni e numerosi riferimenti reali con le quali definisce un suo discorso, un suo progetto: "Cronaca di un mal di testa" 1967, "Come se mi alzassi e prendessi coscienza" 1971, "Toccata e fuga dal/per il potere" 1978. Ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1972 ed alla Quadriennale di Roma nel 1986; nel 1976 gli è stata assegnata la borsa del Kunstler Program a Berlino. Baratella utilizza, una tecnica mista e diversificata: la pittura si espande sulla tela quasi fosse un'immagine rubata al reale, importante per questo l'uso della tecnica dell'aerografo. Il richiamo delle tematiche spresse dalla Pop Art, sono ampliate da un chiaro e incessabile bisogno di rivolgere il suo interesse non solo alla realtà visiva cosi come appare, ma soprattutto di testimoniare un profondo disagio nei confronti della violenza, la povertà e la solitudine che egli respira nella realtà contemporanea. L'arte rappresenta un mezzo esplicativo, fatto di immagini, per poter insegnare e raccointare questa consapevolezza. In questi anni espone le sue opere in numerose mostre personali sia in Italia che all'estero e partecipa ad importanti manifestazioni collettive. Dall'inizio degli anni Ottanta gli apparati scenografici di Baratella si arricchiscono maggiormente di riferimenti iconografici culturali, pittorici e letterali: nel grande ciclo "Il 1984 e L'officina Ferrarese" (1982-1983), l'artista ricalca e analizza l'opera di Orwell e li ritrova i personaggi che appartengono all'immaginario dei grandi pittori ferraresi, Cosmè Tura, Francesco del Cossa e Ercole de' Roberti che espone al Castello Estense di Ferrara nel 1984. Nel 1985 la Rai gli dedica un programma iconografico della serie Artisti allo Specchio. Nella sua ricerca volta ad impressionare lo spettatore che si trova di fronte alla sua opera, costruisce polittici di grandi dimensini ricchi di un complesso apparato scenografico (Vorrei e non vorrei, 1982, 23x3,2 metri) realizzati con una pittura estramemente elaborata, in una successione narrativa di personaggi reali e storici,irrealmente suddivisi da spazi temporali. Dalla metà degli anni Ottanta, Baratella si rivolge con maggiore attenzione, all'iconografia dell'arte, della filosofia e della storia, che egli esprime con una visione prevalentemente introspettiva; non abbandona la grande dimensione e la costruzione del polittico, anche se si allontana dai grandi apparati scenografici. Spesso predilige la composizione monocroma (Orfeo/Euridice 1987), quasi a ritrovare un passato informale. Negli ultimi anni, alla pittura di superficie aereografata, si aggiunge l'impasto di materia cromatica e l'uso di altri elementi come il legno e il metallo (La parte mancante 1990-1991; Annunciazione, 1991; Odisseo, 1992), e la sua ricerca formale ritrova un senso costruttivo, quello di un intento morale ed etico dell'arte nei confronti dell'essere uomo. Paolo Baratella vive e lavora a Milano. Alessandra Chiappini si addentra con sguardo intenso nell'antro dionisiaco lavorando tra concretismo ed illusionismo, e riesce a condursi al cospetto dei misteri, là dove si generano i saperi dell'Occidente infelice. Il dio appare nella sua terribile enigmaticità: toro, serpente, leone, uomo, donna, androgino, provvidenziale, distruttivo, potenza ambigua, umano e divino, saggio e folle, dio della vita e della morte.