L'artista italiano nasce a Bergamo il 22 dicembre 1908 e muore ad Ardea (Roma) il 17 gennaio 1991. 1927 - 1938. La prima produzione di Manzù, iniziata alla fine degli anni '20, si caratterizza per quel gusto del "primitivo" che domina la cultura del tempo, nel ritorno a forme prerinascimentali ed arcaiche, il quale in scultura si configura come frattura con il verismo ottocentesco e la tradizione eroica michelangiolesca. In particolare nell'ambiente milanese, dove Manzù si trasferisce definitivamente nel '30, determinanti sono le idee di Carlo Carrà, teorico della rinascita di un'arte sacra moderna. Il noto artista e critico è uno di primi estimatori di Manzù e lo segue con attenzione fin dagli esordi, sulle pagine dell'"Ambrosiano".
Vicino a Carrà ed al movimento "modernista", che in Francia faceva capo alle idee mistiche del filosofo Jacques Maritain, lavorano veri giovani artisti come il pittore Tullio Garbari, la cui chiarezza e semplicità di stile si avvicina molto a quella del primo Manzù nel voler comunicare i valori spirituali della tradizione cattolica. La scultura egizia, Donatello, Picasso e Derain sono i riferimenti stilistici suggeriti da Giovanni Scheiwiller nella prima monografia dedicata all'opera di Manzù nel 1932. Dal 1932 al 1935 l'artista è impegnato nel lavoro di decorazione per l'Università Cattolica e per la sede della V Triennale di Milano sui progetti dell'architetto Giovanni Muzio. Nel 1933 Manzù tiene una prima mostra personale a Selvino, vicino a Bergamo, con la presentazione di Piero Bargellini, illustre cultore della tradizione cattolica. Nel 1934 con l'opera "Gesù e le Pie Donne" vince il premio Grazioli dell'Accademia di Brera per lo sbalzo ed il cesello. Sono questi gli anni in cui Manzù inizia ad allontanarsi dalle prime tematiche, creando una serie di testine femminili in cera ed in bronzo sull'esempio di Medardo Rosso, grande interprete intimista e sentimentale dello "sfumato" in scultura. In questi ritratti Manzù coglie in particolare le espressioni dei volti attraverso una diversa modulazione della materia, che capta la luce con un tocco sempre più agile e vibrante. Questa sua nuova produzione viene presentata da Carlo Carrà nella personale del 1937 alla Galleria La Cometa, che a Roma rappresentava il centro della cultura "di fronda" rispetto all'arte ufficiale. Nel successivo viaggio a Parigi del 1938, Manzù approfondisce i propri interessi sulla grande tradizione scultorea francese di Rodin, Despiau, Maillol e Degas.
1938 - 1948. Questo decennio è caratterizzato da un forte impegno sociale nell'opera di Manzù e da un'attiva partecipazione a manifestazioni pubbliche, partecipazione che raggiunge il suo culmine nel 1948, alla XXIV Biennale di Venezia, dove è insignito del Primo Premio per la Scultura, ex aequo con Henry Moore. Il più alto riconoscimento della cultura italiana viene così conferito allo scultore, che, negli anni di guerra, aveva espresso con opere di alta qualità una lotta contro la guerra ed il sopruso del potere nazista. Dal 1938 al 1943 Manzù emerge per la qualità del proprio lavoro e per la partecipazione al fermento di contestazione contro il regime fascista implicato nella guerra. Nel 1938 ha la prima Sala Personale alla XXI Biennale di Venezia, e, nel 1939, alla III Quadriennale di Roma espone la prima fusione in bronzo del "Cardinale" ed il "David", che vengono notati come capolavori di equilibrio compositivo nelle piccole dimensioni, in contrasto con la monumentalità della scultura ufficiale. Nel 1939 partecipa alla seconda mostra di "Corrente" a Milano, gruppo che riuniva molti dei giovani artisti con i quali aveva lavorato fin dagli inizi, come Aligi Sassu e Renato Birolli, e che ora, uniti dal comune intento di fare dell'impegno politico un impegno artistico, proponevano un realismo di vita vissuta in opposizione alla retorica trionfalistica del regime. Manzù, coerente con le idee del gruppo, espone le prime formelle in bronzo delle "Crocifissioni" nella personale alla Galleria Barbaroux di Milano, nel 1941, in cui il tema sacro è preso a simbolo di protesta contro la guerra, sollevando accese polemiche nell'ambiente politico ed ecclesiastico. Nel 1942, per i noti fatti di guerra, è costretto ad allontanarsi da Torino, dove insegna scultura all'Accademia Albertina (precedentemente, dal 1940, aveva insegnato all'Accademia di Brera a Milano) e si ritira a Clusone, vicino a Bergamo. Nel 1943 è tra i personaggi più eminenti nella ripresa dell'attività artistica a Roma; viene presentato in una mostra alla Galleria dello Zodiaco da Alberto Moravia e vince il Gran Premio della IV Quadriennale per il "Ritratto di Francesca Blanc".
Nell'ambito dell'attività grafica, che si farà sempre più intensa, sono da ricordare le illustrazioni del maestro per le poesie di Giuseppe Ungaretti, "Le Erbe", pubblicate nel 1942, e le acqueforti per le "Georgiche" di Virgilio, edite nel 1948. Lionello Venturi lo presenta nella personale di Palazzo Reale a Milano, nel 1947, dove vengono presentati i vent'anni della sua attività con circa cinquanta sculture ed un centinaio di disegni. Manzù dedica la mostra "alla memoria di tre grandi scultori scomparsi recentemente: Ernesto De Fiori, Charles Despiau, Aristide Maillol", definendo la propria poetica nella linea figurativa di congiunzione tra la cultura del Novecento e quella dell'Ottocento. In occasione di questa retrospettiva iniziano le polemiche dei giovani che nel dopoguerra si stavano orientando verso l'astrattismo internazionale e i verso maestri italiani, quali Magnelli, Licini, Soldati, come i soli rappresentanti della punta d'avanguardia nell'Italia degli anni '30. Tali polemiche diventeranno sempre più accese, fino ad arrivare alla frattura culturale degli anni '50, tra realismo ed astrattismo. Nell'ambito di questo dibattito, non senza discussioni, viene assegnato a Manzù il premio alla Biennale del 1948. 1948 - 1964. Questo terzo periodo dell'attività di Manzù si svolge in stretta correlazione con il tempo creativo della Porta di San Pietro a Roma. Infatti, vinti i tre concorsi indetti dal Vaticano nel 1947-'48-'49 e ricevuto l'incarico ufficiale nel 1952, solo dal 1961 al 1964 l'artista riuscirà a concludere questa lunga e travagliata impresa con l'esecuzione definitiva del portale.
Sono questi gli anni in cui la fama dell'artista si estende a livello internazionale e la sua attività viene coronata da mostre sempre più numerose in Italia e all'estero e da importanti onorificenze. Noti studiosi scrivono su di lui, da Giulio Carlo Argan a Cesare Brandi, che dagli anni '40 avevano seguito l'artista con recensioni sulla sua opera, a Carlo Ludovico Ragghianti, John Rewald, Franz Führmann, Bernhard Degenhart. Tra le svariate opere letterarie illustrate da Manzù sono da ricordare, per l'alto impegno sociale, le litografie che affiancano le poesie di Salvatore Quasimodo ne "Il Falso e Vero Verde", edito nel 1954. Nello stesso anno Manzù si dimette clamorosamente dalla cattedra di Scultura a Brera, in polemica con il Ministero della Pubblica Istruzione, per il rifiuto del progetto di riforma delle Accademie di Belle Arti presentato dal maestro, e accetta l'incarico di insegnante di scultura alla International Sommerakademie di Salisburgo, dove tiene i corsi insieme al pittore Oskar Kokoschka, dal 1954 al 1960.
A Salisburgo, la Galerie Welz gli organizza una serie di mostre in importanti musei della Germania e all'estero. Dal 1955 al 1958, Manzù si dedica alla realizzazione del portale della Cattedrale di Salisburgo, che imposta sul tema dell'amore. Alla fine degli anni '50 la collaborazione con la fonderia MAF di Milano gli consente di creare un maggior numero di sculture e di ampliare in forme monumentali le immagini della propria arte, che imposta, nel 1956, sul nuovo tema della "Madre con bambino". Nel 1958 sale al soglio pontificio Papa Giovanni XXIII, bergamasco, che aveva già in precedenza conosciuto l'artista quando era Patriarca di Venezia.