Pio Semeghini, mandato dal padre a lavorare a Milano, vi si trattiene per poco tempo; soggiorna poi brevemente in Svizzera, dove è in contatto con ambienti anarchici e libertari.
Tornato in Italia si dedica come autodidatta alla scultura (dell’esperienza scultorea ricordiamo il bassorilievo “Testa di vecchia”, del 1905 circa, Modena, Coll. Privata). Intorno al 1897-98 frequenta saltuariamente le Accademie di Firenze e di Modena: in quest’ultima città entra in rapporti con lo scultore Grandi e il pittore Defendente Semeghini. Nel 1899 si trasferisce a Parigi, dove soggiornerà a più riprese e per lunghi periodi fino al 1914. Qui frequenta l’Academie Jullian, ed entra in rapporti d’amicizia con Picasso (con cui espone intorno al 1903-04), Modigliani, e frequenta Medardo Rosso e i pittori fauves. Nello stesso periodo entra in amicizia con Gino Rossi, con cui, probabilmente, fra il 1910 e il 1912, compie un viaggio in Bretagna; di questo restano testimonianze in dipinti come “Paesaggio di Carantec” (1912), improntato liberamente a modi post-impressionistici. Il soggiorno parigino riveste fondamentale importanza nella formazione di Semeghini, la cui attività si limita ormai alla pittura e alla grafica, soprattutto per le numerose suggestioni che egli traduce autonomamente; suggestioni che vanno dalla lezione cezanniana - avvertibile soprattutto come recupero spaziale: si vedano in proposito dipinti come “Paesaggio di Culagna” (1912) o “Il pescatore di Burano” (1913), - alla pittura dei fauves, di cui c’è larga traccia in questa prima fase nelle pennellate rapide e spezzate, nei contrasti cromatici accesi, quale può trovare riscontro in dipinti come “Pescheria a Burano”(1913), “Il Ponte degli Assassini a Burano” (1914), e in numerose altre opere lungo un arco di tempo che arriva approssimativamente agli anni Venti. Altre componenti della formazione parigina sono da una parte la lezione di Medardo Rosso, intesa soprattutto nei suoi valori di integrazione fra spazio e figura, come è stato fatto rilevare ad esempio per opere come “Il poeta maledetto”(1914); dall’altra echi non indifferenti della pittura dei Nabis e soprattutto di Bonnard, che come si può notare dall’impreziosirsi dei rapporti di toni, che abbandonano progressivamente i contrasti fauves, per ricercare effetti generali di raffinata atmosfera. Non poche del resto sono le altre influenze, meno avvertibili, ma che dovettero contare per Semeghini: basti pensare in proposito ad “Autoritratto” del 1906, latamente espressionista, a bulino, oppure alla “Mascherata”, un disegno del 1907, in cui è più che evidente il riferimento diretto ad Ensor. A partire dal 1910 circa, Semeghini durante i soggiorni italiani, frequenta Venezia e Burano: qui è tra gli iniziatori del cosiddetto “Libero gruppo di Burano” (o “Pleiade”), con Gino Rossi, Moggioli e Scopinich. Alle mostre del gruppo incomincerà ad esporre solo intorno al 1919, anno in cui prende a partecipare anche alle esposizioni di Ca’ Pesaro a Venezia, dove esporrà fino al 1923. A Venezia rimarrà fino al 1927, quando si trasferirà a Lucca per dedicarsi all’insegnamento. Negli anni veneziani Semeghini sviluppa una pittura di intensa luminosità, basata su toni chiari di estrema delicatezza; è il momento in cui, abbandonati in parte i contrasti cromatici dell’esperienza fauve, il pittore dipinge raffinati paesaggi e vedute veneziane che, pur rigorosamente impostati sull’analisi dello spazio, tendono a recuperare la lezione impressionista, adeguandola ad un’interpretazione atmosferica e psicologica del paesaggio. Il periodo, che parte dall’immediato dopoguerra, si prolunga sin oltre il 1927: ne derivano opere quali “Squero di Venezia” (1919), “Orti di Burano” (1923), “S. Giorgio a Venezia” (1926-27, Torino, Civica Galleria d’Arte Moderna), o “Venezia sotto la neve” (1922). Contemporaneamente si accentua l’interesse di Semeghini per la figura – già documentato del resto dai disegni precedenti – con una serie di opere che vanno da “Ritratto di Juti Ravenna” (1920, Verona, Museo Civico), “Il cappellino rosa” (1920), fino a “La signora del melograno” (1927, Venezia, Galleria d’Arte Moderna); in esse si attua un analogo processo di integrazione psicologica del personaggio allo spazio, mediante delicatissimi accostamenti di tonalità luminose. Intorno agli anni Trenta (nel frattempo si è traferito a Monza, dove continua ad insegnare), la pittura di Semeghini – in evidente contrapposizione al gusto del Novecento – sviluppa ulteriormente la tendenza a dissolvere l’immagine in una situazione di luce, con effetti di prezioso lirismo, non immemore di esperienze bonnardiane, come possono documentare la serie di “Nudi femminili” (si vedano i due eccezionali esemplari del 1935), oppure dipinti quali “Paesaggio in Brianza” (1936), “L’orologio a S. Marco” (1935), “Natura morta con frutta e verdura” (1936), “Sottomarina” (1939). Questo processo si accentua ulteriormente intorno agli anni Quaranta, con opere di estrema delicatezza, quali i noti ritratti di bambini come “La fanciulla col melone” (1941), “Il giubbetto rosso” (1941), “Le due amiche” (1941), in cui si attua una perfetta integrazioe fra sfondo e figura in una complessiva unità lirica e pittorica. Nel dopoguerra la pittura di Semeghini procedendo su questa linea, giunge a un processo di dissolvimento vero e proprio della forma in una unica dimensione luminosa: ciò si avverte già con opere come “Bambina con cesto di frutta” (1947, Torino, Civica Galleria d’Arte Moderna), ma è soprattutto con dipinti quali “Paniere di frutta” (1948), “Natura morta con frutta e ceramiche” (1950, Ivrea, Fondazione Olivetti), “Bambina con la bambola” (1953), “Natura morta con mela rossa” (1954), “Natura morta con fiori e frutta” (1956) che il processo giunge ai massimi risultati. Pio Semeghini muore a Verona nel 1964. Ha partecipato a importanti mostre nazionali ed estere, fra cui la Quadriennale romana e la Biennale di Venezia. Nel 1956 gli è stata allestita una importante retrospettiva a Venezia all’Opera Bevilacqua-La Masa. Nel 1998 è stata allestita una mostra con sue opere provenienti da raccolte pubbliche e private “Sedotto dalla luce di Parigi” alla Galleria d’Arte Moderna di Verona